“My life is just as important as everybody else's”

 

Heidi Crowter è una donna di ventisei anni di Coventry, nel West Midlands (Inghilterra). Ha la sindrome di Down e lo scorso 23 settembre 2021 ha perso davanti all'Alta Corte di Londra un ricorso contro la legge che norma l’aborto. 

Per Heidi, la legge discriminerebbe le persone nella sua stessa condizione, in quanto con tale legge si preclude l’opportunità di vivere a tutti coloro che possiedono già nel grembo materno delle alterazioni genetiche che porterebbero ad importanti deficienze fisiche e mentali. Si evince che questa volta non è la Chiesa a condannare l’aborto ma i superstiti di una legge civile, la stessa legge che li avrebbe privati della vita. Per assurdo vediamo come occorra una manifestazione pubblica mediaticamente condivisa che grida alla vita per sensibilizzare l’opinione pubblica ancora una volta sulla questione sull’aborto.

In Inghilterra vi è un limite di 24 settimane per l'interruzione volontaria di gravidanza, ma che può essere superato nel caso in cui si preveda il rischio che il bambino abbia una malattia fortemente invalidante (Abortion Act, 1967), fra cui la sindrome di Down. 

I giudici hanno deciso che l'articolo al centro della questione legale non è discriminante e intende trovare un equilibrio tra i diritti del nascituro e la volontà della donna. Anche se la sua richiesta di modificare la legge è stata respinta, Heidi vuole portare avanti una campagna per i diritti delle persone con sindrome di Down affinché non vengano più considerati persone di serie C, esseri da scartare. Sostiene che nessuno può precludere la possibilità di vivere ad un bambino Down. Ed ha ragione!

 

Professor Antonino Sapuppo,
Direttore dello Studio Teologico "S. Paolo"

 

Fonte: The Guardian

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