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Il pentimento di Dio. Alla riscoperta di un Dio “patetico”

* Estratto della tesi di Rosario Pittera, seminarista della Diocesi di Acireale, nella sua tesi per il Baccellierato nel nostro istituto, giugno 2021.

«Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra. Perfettissimo significa che in Dio è ogni perfezione senza difetto e senza limiti, ossia che Egli è potenza, sapienza e bontà infinita»1. Così il catechismo di S. Pio X definisce “l’essere di Dio”.

Eppure c’è da chiedersi se tale concezione di Dio tenga conto dei passi scritturistici in cui egli muta, cambia idea, si pente. In altre parole ci si chiede se il Dio perfettissimo presentato dal catechismo maggiore corrisponda al medesimo presentato dalla Scrittura come un Dio che “patisce con…”, che “soffre con…” e che è disposto a ritrattare le sue posizioni in vista di un legame più intimo con la creazione. La formulazione dottrinale circa la perfezione di Dio, a ragione, non può assolutamente ammettere l’idea di cambiamento o, peggio ancora, del pentimento in Dio: egli non può mutare poiché rimane sempre il medesimo. Se si ammettesse che in Dio sussista cambiamento, saremmo autorizzati a pensare che Dio non sia perfetto bensì deficitario di qualcosa, necessitante di altro per giungere alla perfezione.

La storia e il suo continuo fluire trasmettono questo senso d’imperfezione. Ogni uomo, nello scorrere del tempo sperimenta la sua caducità e, contemporaneamente, percepisce l’intimo anelito verso una condizione migliore sotto ogni aspetto della sua esistenza (spirituale, etico, fisico ed economico). È dunque chiaro che l’attribuzione a Dio di tale imperfezione potrebbe risultare irriverente nei confronti della sua perfezione nonché della sua divinità.

Pertanto le domande che vengono poste a fondamento sono: è possibile pensare Dio come un essere “cangiante” al pari degli uomini? Ed eventualmente, com’è possibile pensare il suo cambiamento? In che modo Dio si pente? Non è forse da ritenersi un’idea poco ortodossa?

In effetti, la perdita della “perfezione” divina, biblicamente intesa, è in contrasto con l’idea filosofica di Dio che soggiace implicitamente alla definizione del catechismo maggiore in cui la divinità è pensata ora come causa efficiente del mondo ora come monoliticamente immobile nella sua sovrabbondanza di essere. Tali attributi di matrice filosofica sono stati accolti dalla teologia, sotto l’influsso della riflessione tomista, giungendo all’idea che quanto affermato da Aristotele circa il divino fosse sovrapponibile con la medesima idea di Dio consegnata dalla tradizione cristiana. Così facendo il motore immobile di aristotelica matrice è finito per coincidere ipso facto con il Dio della Scrittura.

La perfezione filosofica, che sembra sottendere alla formulazione dottrinale del catechismo di maggiore, include inevitabilmente il concetto di onnipotenza, unitamente a quelli di onniscienza, libertà assoluta e potere assoluto su tutto e tutti. Eppure, simili rappresentazioni metafisiche del divino non trovano riscontro diretto all’interno della Bibbia. I testi, invece, in modo inequivocabile, ci presentano un Dio che cambia e non un Dio immobile e sempre uguale2.

Alla luce di ciò si rende necessario lo studio di quei brani scritturistici che rivelano in maniera evidente Dio nell’atto di mutare un suo personale proposito, pentendosi del castigo minacciato al popolo infedele. Assieme a questo si necessità anche premettere alla nostra riflessione il concetto di antropomorfismo e antropopatismo. Con questi termini si fa riferimento a quell’espediente letterario che consiste nel parlare in termini umani di qualità (fisiche e psichiche) possedute da Dio.  Il giudizio estremamente negativo di coloro che non accettano un simile linguaggio, quasi da considerarsi irriverente nei confronti di Dio, non tiene conto che l’utilizzo dell’antropomorfismo non solo non costituisce un problema oggettivo per poter parlare di Dio ma è paradossalmente necessario:

«La difesa più semplice dell’antropomorfismo nel linguaggio su Dio è che esso è indispensabile, e che i suoi limiti non sono maggiori di quelli che lasciano indifferenti in ogni uso profano della metafora. Ma vi è altresì un forte argomento positivo per la sua conservazione: la fede in Dio dipende in piccola parte da un ragionamento razionale, e in più larga misura dalla capacità di ideare immagini che sappiano cogliere, ricordare e trasmettere le esperienze della trascendenza»3.

In altre parole: non è possibile parlare di Dio trascurando tutte le sue rappresentazioni antropomorfe, avendo la pretesa di rivolgersi direttamente alla conoscenza dell’essenza divina.

Una simile interpretazione di Dio non è da considerarsi arbitraria ma prende avvio dall’analisi del verbo nm, il cui significato è “pentimento, cambio di sentimento o atteggiamento rispetto a quello precedente”. Nel percorso che verrà intrapreso si guarderà alla ricorrenza del termine in Gen 6, Es 32 e 1Sam 15.

In Gen 6,6 gli uomini sono intrinsecamente peccatori sin dalla nascita e tale peccato progredisce a tal punto da porsi in atteggiamento ostile contro l’originario progetto di Dio; Egli dunque si pente dell’uomo da lui creato: «Il Signore è addolorato della depravazione degli uomini e sembra pentito di aver dato avvia alla creazione, a tal punto da voler cancellare e azzerare tutto; soltanto la comparsa della figura di Noè pone un argine all’intenzione divina, un argine parziale perché con il diluvio gran parte della popolazione sulla terra comunque perirà»4. A conclusione del racconto del diluvio, il narratore Yahvista, immerge nuovamente il lettore all’interno dei pensieri del cuore di Dio.

Uscito dall’arca con la famiglia ed il bestiame dopo che le acque del diluvio si erano abbassate, Noè costruisce un altare per il sacrificio di animali puri. Il profumo di questo sacrificio sale sin al trono di Dio il quale, con fare umano, odora l’aroma delizioso che giunge fino a Lui. Immediatamente cambia idea: «Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dalla adolescenza; né colpirò più ogni essere vivente come ho fatto» (Gen 8, 21). Il sacrificio compiuto da Noè placa l’ira di Dio ed il termine “nm” non andrebbe più tradotto con il significato di “pentimento” quanto invece con il concetto di “consolazione”: Dio è consolato dal sacrificio compiuto dal giusto Noè.

Anche in Esodo 32,14 Dio è presentato come pentito. Qui però si compie un passo in avanti: di grande rilievo risulta la preghiera d’intercessione di Mosè, capace di far ravvedere Dio dal proposito di distruggere il popolo a causa del suo peccato di idolatria. Va specificato che Dio si pente «non perché il popolo sia innocente, meriterebbe infatti immediatamente la condanna per il peccato di idolatria, ma si pente solo per la sua infinita misericordia. Acquista dunque profondo significato la preghiera d’intercessione, quale unico mezzo per placare l’ira divina»5.

Il pentimento di Dio è rintracciabile ancora all’interno del primo libro di Samuele (cfr. 1Sam 15,11). Questo si inserisce tra le pagine più tristi della storia del re Saul: qui pare che il pentimento di Dio nei confronti del peccato di Saul sia irrevocabile, senza via d’uscita e nessun lieto fine. Dio si è pentito d’averlo costituito Re sopra il suo popolo.

Anche i profeti non temono di presentarci Dio nell’atto di retrocedere su una sua scelta. Essi, avendo come compito precipuo quello di denunciare la trasgressione della legge e il tradimento dell’alleanza, assumono nel loro linguaggio aspro quanto attiene al mondo della procedura giuridica, in modo particolare in quella procedura che prende il nome di rîb (lite). Ciò che i profeti sono chiamati a manifestare è il contenzioso che spesso emerge tra Yhwh e il suo popolo. Due aspetti risultano particolarmente interessanti all’interno del rîb: per la valida attuazione di questo tipo di procedura sono necessari vincoli di appartenenza reciproca, di natura affettiva. Ma, se da un lato suppone vincoli di natura affettiva, «dall’altro -il rîb- si propone di difenderli, di ripristinarli, e persino di perfezionarli proprio nel momento drammatico in cui uno dei due partner ritiene che l’unione amorosa sia stata infranta da un comportamento gravemente offensivo»6.

In conclusione, dallo studio attento della Scrittura pare impossibilità affermare che Dio sia impassibile, privo di ogni sentimento. Le sue viscere si commuovono, Dio piange, prova compassione, è pietoso, è geloso, si pente. Dio è certamente immutabile, ma non è possibile affermare che sia impassibile! E l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, sembra abbia ereditato da lui tutte le caratteristiche, tra cui evidentemente anche le emozioni e gli stati d’animo, con la differenza che il peccato dell’uomo, macchiando l’originale bellezza della creazione, ha corrotto i sentimenti umani così che non è più possibile affermare l’assoluta somiglianza tra i sentimenti umani ai sentimenti di Dio. Il Dio d’Israele e il Dio dei cristiani è dunque un “Dio patetico”.

A partire da queste considerazioni è possibile affermare anche che Dio si pente! E che Dio si penta diventa paradossalmente necessario per la personale comprensione di Dio e la vita di fede dei credenti. A titolo esemplificativo: se Dio si pente la preghiera dei figli che s’innalza a Dio assumerebbe un’importanza non indifferente tanto da essere capace di portare Dio a cambiare idea su una decisione precedentemente stabilita. Se Dio si pente dunque non solo ascolta le nostre preghiere ma si rende disponibile a ritrattare una sua precedente decisione per amore dei suoi figli.

Non sembra esserci contraddizione tra il pentimento di Dio e l’onniscienza di Dio. Questo perché, per quanto ci è possibile comprendere, Dio non “conosce” appieno il suo avvenire, rinviando alcune sue decisioni finali, nell’attesa di vedere come certe azioni libere dell’uomo possano “influenzarlo” nell’agire. In altri termini:

«La spiegazione dell’immutabilità di Dio e, quindi, della perfezione divina, cioè della sua onniscienza e onnipotenza, risulta essere poco convincente, anche perché trascura un dato teologico legato alla libertà con cui Dio sceglie di relazionarsi; egli si pone accanto all’uomo, ne accetta la storicità, la mutevolezza, l’imprevedibilità, e il linguaggio di ravvedimento sottolinea che Dio non è un robot che replica sempre sé stesso, né un “essere” chiuso nella sua perfetta immobilità. Prendendo sul serio la libertà umana, Dio accetta di “compromettersi” fino in fondo con la sua creatura, non stabilendo tutto già dal principio ma seguendo in tutti i suoi sentieri esistenziali, anche quelli più accidentati, anche quelli che sembrano condurre in vicoli ciechi»7.

Le Scritture d’Israele, dunque, non rivelano un’idea preconfezionata di Dio e non lo rendono un mero oggetto di dissertazioni filosofiche. La Bibbia ci mostra un Dio che si pente, che cambia, che entra in relazione sincera con gli uomini e non un Dio immobile e sempre uguale8.

Questo breve percorso ci permette di ricostruire un’immagine di Dio forse meno filosoficamente impostata, ma aderente a quanto Dio stesso dice di sé, di scorgere il volto di un Dio-persona che, ponendosi accanto agli uomini, è capace di provare «giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza» (Eb 5,2)9. Soltanto il cuore di un lettore che si accosta alla Scrittura con libertà e apertura di spirito riuscirà a scorgere, dietro ai pochi episodi menzionati, il volto autentico di un Dio disposto a negoziare la sua onnipotenza in vista del trionfo della sua alleanza: un cammino capace di condurre il cuore dell’uomo fin dentro le abissali profondità dei sentimenti divini.

Consapevoli che la riflessione sul pentimento di Dio necessita di ulteriori approfondimenti e mossi interiormente a rendere lode al Dio immutabile ed eterno, uniamo gli animi attraverso quella preghiera che il filosofo Søren Kierkegaard pone all’inizio della sua opera L’immutabilità di Dio:

«Tu immutabile, niente ti muta! Immutabile nell’amore, perché è proprio per il nostro meglio che tu non ti lasci mutare: fa che anche noi possiamo volere il nostro vero bene; con la tua immutabilità fa che veniamo educati a trovare quiete in obbedienza incondizionata e ad acquietarci nella tua immutabilità! Non sei come un uomo che, per mantenere un po’ di immutabilità, non deve avere troppo che lo possa muovere, né lasciarsi muovere troppo. Tutto invece ti muove, e in infinito amore; ti muove persino ciò che noi uomini diciamo insignificante e non smossi trascuriamo; il languire di un passero, un gemito umano, ciò di cui spesso non teniamo alcun conto, ecco che muove te, infinito amore: ma nulla ti muta, tu immutabile! Oh, tu che in infinito amore ti lasci muovere, ti muova anche questa nostra preghiera, benedicila; ed ecco che la preghiera muterà l’orante ponendolo in accorso con il tuo immutabile volere, tu immutabile!»

1 Pio x, Catechismo maggiore, Milano1988, 17.

2 cfr. S. Pinto, In nome di Dio. Dai fondamenti al fondamentalismo, Padova 2018, 42.

3 G. B. Caird, Lingua e linguaggio figurato nella Bibbia, Brescia 2009 (Studi Biblici 161, tit. orig. The Language and Imagery of the Bible, London 1980), 221.

4 S. Pinto, In nome di Dio, cit., 41.

5 l.c.

6 P. Bovati, Vie della giustizia secondo la Bibbia, cit., 76.

7 S. Pinto, In nome di Dio. cit., 46-47.

8 ibid., 42

9 Tutte le citazioni bibliche presenti in questo elaborato sono citate secondo la versione della Conferenza Episcopale Italiana del 2008.

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